« Il male che producono le idee troppo astratte di libertà è quello di toglierla mentre la vogliono stabilire.
La libertà è un bene perché produce molti altri beni, quali sono la sicurezza, l'agiata sussistenza, la popolazione, la moderazione dei tributi, l'accrescimento dell'industria, e tanti altri beni sensibili; ed il popolo, poiché ama tali beni, viene poi ad amare la libertà.
Un uomo, il quale, senza procurare ad un popolo tali vantaggi, venisse poi a comandargli di amare la libertà, rassomiglierebbe l'Alcibiade di Marmontel, il quale non voleva essere amato che per se stesso ».
(Vincenzo Coco, letterato e storico italiano - ministro del tesoro della Repubblica Partenopea 1799)
Disordini alimentari, anoressia e bulimia nervosa sono fenomeni in forte aumento negli ultimi anni, nel mondo occidentale, soprattutto tra le donne, anche se un numero sempre crescente di uomini ne è colpito. Oggi se ne parla molto, ma spesso senza conoscerne il vero significato; queste due malattie, infatti, sono a volte confuse, conosciute solo in parte, oppure sono semplificate con l'errato binomio anoressia uguale magrezza, bulimia uguale obesità. L'anoressia e la bulimia anzitutto sono delle vere e proprie malattie e sono anche molto complesse perché riguardano sia la psiche che il corpo; sono caratterizzate entrambe da un errato approccio e rapporto con il proprio corpo e con il cibo, che porta però a comportamenti diversi: la persona affetta da anoressia tenta in ogni modo di limitare, se non evitare del tutto, l'assunzione di cibo, quella bulimica vorrebbe resistergli, ma spesso cede e si getta in abboffate spropositate seguite quasi sempre da vomito autoindotto e tantissimi sensi di colpa. Ciò che ne risulta è che la persona anoressica diventa ben presto sottopeso fino a poter raggiungere una magrezza che la mette a rischio di vita, mentre quella bulimica mantiene un peso normale e, solo a volte, è o diventa in sovrappeso. Per questo la bulimia, benché più frequente dell'anoressia, è più difficile da individuare, perché non lascia tracce visibili esternamente sulle persone, anche se mina fortemente la loro salute dall'interno causando danni soprattutto all'apparato digerente, con rischio di ulcere ed emorragie interne, ma anche alla pelle, alla vista, addirittura al cuore, causando aritmie e scompensi cardiaci.
La persona che soffre di bulimia ha una bassissima stima di sé che deriva da un profondo vuoto interiore. Nel disperato tentativo di riempire questo vuoto è costretta, al di là della sua volontà, ad ingerire enormi quantità di cibo. Il senso di colpa che ne deriva, costringe ad escogitare pericolose condotte eliminatorie quali vomito autoindotto, abuso di lassativi e diuretici. La bulimia non è chiaramente visibile come l'anoressia, ma ha conseguenze altrettanto devastanti sulla vita e la salute di chi ne soffre. Nella bulimia, quella che si instaura con il cibo, è una vera e propria dipendenza paragonabile a quella che lega il tossicodipendente alla droga.
Si definisce la Bulimia Nervosa sulla base della presenza di 1) Abbuffate ricorrenti Un'abbuffata è caratterizzata dai seguenti criteri: - mangiare in un definito periodo di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili - sensazione di perdere il controllo durante l'episodio (ad esempio sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa e quanto si stia mangiando) 2) ricorrenti e inappropriate condotte compensatorie per prevenire l'aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici, enteroclismi o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo.
Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe in media almeno due volte a settimana, per tre mesi
Le abbuffate sono vissute in genere con estrema vergogna e disagio e spesso sono seguite da strategie compensatorie per prevenire l'aumento di peso (vomito, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo).
I soggetti bulimici hanno spesso un peso normale ma sono costantemente preoccupati per il cibo, la forma e il peso corporei, si sentono spesso inadeguati ed estremamente sofferenti, anche perché provano una forte sensazione di vergogna relativa sia al loro corpo che alle loro perdite di controllo, che confessano con enorme sofferenza.
Il loro benessere e la loro autostima finiscono per essere costantemente e esclusivamente influenzati dai problemi relativi al cibo e alla paura di perdere il controllo. La sensazione peggiore provata da queste persone è l'incapacità di frenare l'impulso a compiere un'abbuffata, vale a dire la perdita di controllo. La vergogna che si associa a questi sintomi è così grande che molti pazienti riescono a condurre una vita apparentemente normale senza destare nei familiari o amici alcun sospetto, vivendo le loro perdite di controllo in segreto e solitudine.
È importante considerare che le abbuffate sono quasi sempre secondarie alla dieta estrema e al digiuno e tendono a scomparire con la normalizzazione dell'alimentazione. È dunque fondamentale che il soggetto possa lavorare con un'equipe di specialisti allo scopo di regolarizzare l'assunzione di cibo, dato che la diminuzione delle abbuffate provoca di per sé un aumento dell'autostima, una maggior fiducia nelle proprie capacità e la sensazione di poter in qualche modo combattere attivamente il disturbo.
Le donne che soffrono di bulimia, a differenza di quelle che soffrono di anoressia, non conoscono il controllo ma la sconfitta.
L’introduzione del cibo, anche in questo caso, non è in relazione al fabbisogno calorico dell’organismo ma è legata a uno squilibrio della relazione con il mondo esterno e con se stesse. Se però nell’anoressia l’emozione dominante, anche se a carissimo prezzo, è quella della vittoria, nella bulimia si cede senza potersi difendere a saziare una fame che non è del corpo ma dell’anima, e quando la sensazione di ripienezza giunge si è invasi da sensi di colpa devastanti che conducono al vomito indotto che lascia frastornate e doloranti. Come si curano l'anoressia o la bulimia? Con la psicoterapia individuale o familiare
Cose che il tuo telefonino può fare (e che forse tu non sai)
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NOTIZIA ASSURDA:
855mila cellulari nei Water inglesi ogni anno!
Un dato allarmante traspare da una recente ricerca inglese
sui cellulari persi: ben 855mila telefonini cadono ogni anno
nei water alcuni vengono recuperati altri no…
ma i numeri non si fermano ai WC!
D’altra parte ormai sono rarissime le persone che sono senza cellulare
e il numero di chi non lo possiede viene ampiamente colmato
da chi ne ha 2 o 3 o più ancora.
Il cellulare è usato in auto, mentre si cammina, si mangia e
a volte anche quando si è in bagno…
il rischio di farlo cadere è sempre reale a chi non è capitato?
Il numero inglese è davvero pazzesco ma non è finita qui:
315.000 sono stati invece persi nei taxi 225.000 negli autobus 58.500 nei cani (?!) beh però questi si possono “recuperare” 116.000 nella lavanderia.
Sì, un altro posto rischioso è la lavanderia o
comunque la lavatrice. Il cellulare può cadere nel bucato e
poi essere lavato e… kaputt oppure viene centrifugato dopo che è stato dimenticato nei pantaloni.
Ho già assistito a storie assurde come chi era sul bordo del laghetto
e teneva in una mano il cellulare e nell’altra il mangime
per le paperelle: indovinate che cosa ha lanciato in acqua?
L'ipotesi: un gas sprigionato durante il sisma del 1908 causa di mutazioni genetiche negli abitanti
(17 marzo 2007)
Un vero e proprio terremoto genetico. Perché se l'ipotesi sarà comprovata, si tratterà di una rivoluzione copernicana delle teorie sul Dna. Ma intanto c'è il primo dato di fatto sul quale la scienza si vuole interrogare: che origine ha quella mutazione nel Dna degli abitanti dell'area dello Stretto di Messina, scoperta da due ricercatori della Banca del cordone ombelicale di Sciacca, l'ematologo Calogero Ciaccio e la biologa Michela Gesù. Un quesito che ha suscitato l'interesse del paletnologo Maurizio Tosi, ordinario dell'Università di Bologna, che nel progetto di ricerca ha coinvolto anche l'università La Sapienza e il Museo nazionale preistorico di Roma. Per capirci di più, gli studiosi chiedono di analizzare il Dna di almeno 250 delle 95 mila vittime del disastroso terremoto che nel 1908 rase al suolo Messina e Reggio Calabria. Perché lì, e nelle altre numerose scosse telluriche che nei secoli hanno sconvolto lo Stretto, potrebbe essere racchiusa la chiave di tutto.
Escluse, con l'ausilio degli storici, tutte le ipotesi legate all'immigrazione o al movimento delle popolazioni, la tesi avanzata dai ricercatori di Sciacca presuppone che a modificare la distribuzione di una componente del Dna (l'allele Dr11) dei siciliani e dei calabresi potrebbe essere stato il radon, un gas presente in alcune rocce che viene emesso dal sottosuolo prima e durante le scosse sismiche.
Legame, quello tra radon e terremoti, considerato attendibile al punto che tra Italia e Stati Uniti è in corso uno studio per creare degli "avvisatori sismici" basati sulla rilevazione dei picchi di gas radioattivo che precedono le scosse. A riprova di ciò, anche l'elevatissima concentrazione del radon presente nello Stretto, area che nei secoli è stata devastata dai terremoti: ben 24 mila bq (l'unità di misura della radioattività che ha sostituito il curie nel sistema internazionale) per metro cubo, contro gli appena 400 bq rilevati a Trapani o a Catanzaro, secondo quanto comunicato ai ricercatori dall'Istituto di geofisica e vulcanologia.
E dato che la mutazione del Dna si presenta "graduale e ordinata" a partire proprio dall'area dello Stretto, secondo gli studiosi non si può attribuire a "fluttuazioni casuali o a deriva genetica". Da qui l'idea di confrontare il Dna con quello di chi abitava nella zona prima della micidiale scossa di magnitudo 7,2 che all'alba del 28 dicembre 1908 rase al suolo Messina e Reggio Calabria. Scossa accompagnata, con tutta probabilità, da una altrettanto potente emissione di radon.
È un'ipotesi che, se accertata, avvalorerebbe le tesi "creazioniste", secondo cui l'ambiente può incidere sulle modifiche genetiche. Tesi finora rigettate dalla gran parte della scienza ufficiale. Ma nessuno dei ricercatori vuole aprire dibattiti di merito: "Non abbiamo il dovere di dare risposte - spiega il paletnologo Maurizio Tosi, laico e darwinista - ma di farci domande. C'è un dato di fatto che dobbiamo verificare, al di là delle teorie, riesumando un numero sufficiente di cadaveri di vittime del terremoto e analizzandone il Dna. Altri prelievi saranno compiuti sugli emigrati. Vedremo così se la mutazione c'era o meno prima di quell'evento. La questione, posta in questi termini, ha interessato studiosi eminenti che collaboreranno al progetto, come Alfredo Coppa, ordinario di antropologia alla Sapienza, e Luca Bondioli, responsabile del laboratorio di Antropologia fisica del Museo nazionale preistorico di Roma".
L'équipe di scienziati ha già formalizzato la richiesta di esumazione delle salme al sindaco di Messina, Francantonio Genovese. Che si dice pronto a fare la sua parte: "Sarebbe un fatto straordinario - assicura - e saremo lieti di offrire alla ricerca tutta la collaborazione". E chissà se di quei 95 mila morti, la scienza trasformerà radicalmente la condizione di vittime inutili della malasorte.
La sera del 27 dicembre 1908, alle ore 20,00, al teatro Vittorio Emanuele di Messina venne rappresentata AIDA di Giuseppe Verdi.
Messina era una città viva, nel pieno e nella grandezza della sua vitalità sociale, economica e civile.
Il mattino dopo, alle ore 5,20 circa, il pallido sole invernale sorse a rischiarare cumuli di macerie e corpi straziati. La morte e il dolore si erano impossessati della città.
Seguì una notte lunga e buia, durata 80 anni!
Fu solo infatti nel 1988 che la città riebbe il suo teatro, che venne re-inaugurato con l’Aida, tra la commozione di qualche rarissimo superstite e la speranza di chi credeva che finalmente la città avesse finalmente girato per sempre pagina.
Purtroppo non è stato così, ed oggi a 99 anni da quella maledetta alba, non c’è nessun RADAMES che abbia il valore per combattere e vincere la guerra per fare risorgere questa città dal mare di fango nella quale è precipitata.
Il Terremoto di Messina e Reggio del 1908, spesso noto come Terremoto di Messina o Terremoto Calabro-Siculo del 1908, è considerato uno degli eventi più catastrofici del XX secolo. Si verificò alle ore 5:21 del 28 dicembre 1908 e in 37 "interminabili" secondi danneggiò gravemente le città di Messina e Reggio Calabria. La notte, i sismografi registrarono il verificarsi di un terremoto di grande magnitudo, inquadrabile settorialmente in una zona probabilmente ubicata in Italia. Nessuna ulteriore informazione disponibile, solo le tracce marcate dai pennini sui tabulati degli osservatori sismici che gli studiosi cominciarono velocemente ad analizzare ed interpretare. I telegrafi cominciarono a ticchettare in attesa di ottenere e scambiare notizie. Così, prima di ottenere una qualsivoglia comunicazione ufficiale molte nazioni del mondo e l’Italia stessa, furono informate attraverso la strumentazione scientifica del terremoto del 1908 che devastò Messina e Reggio Calabria. I sismografi misero in evidenza solo la grande intensità delle scosse senza consentire però agli specialisti di individuare con altrettanta certezza la specifica localizzazione e solo di immaginare, ovviamente, i possibili danni provocati da un sisma di quella intensità. Gli addetti all’osservatorio Ximeniano annotarono: « Stamani alle 5:21 negli strumenti dell'Osservatorio è incominciata una impressionante, straordinaria registrazione: “Le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri: misurano oltre 40 centimetri. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di grave. »
Il 28 dicembre 1908, lunedì, alle ore 5,21 del mattino, nella piena oscurità e con gli abitanti in parte immersi nel sonno, un terremoto, che raggiunse il 10° grado della scala Mercalli, seguito da un maremoto, mise a soqquadro le coste calabro-sicule con numerose scosse devastanti. La città di Messina, con il crollo di circa il 90% dei suoi edifici, fu sostanzialmente rasa al suolo. Gravissimi i danni riportati da Reggio Calabria e da molteplici altri centri abitati del circondario. Sconvolte le vie di comunicazione stradali e ferroviarie nonché le linee telegrafiche e telefoniche. L’illuminazione stradale e cittadina venne di colpo a mancare a Messina, Reggio, Villa San Giovanni e Palmi, a causa dei guasti che si produssero nei cavi dell’energia elettrica e della rottura dei tubi del gas. A Messina, maggiormente sinistrata, rimasero sotto le macerie ricchi e poveri, autorità civili e militari. Nella nuvola di polvere che oscurò il cielo, sotto una pioggia torrenziale ed al buio, i sopravvissuti inebetiti dalla sventura e semivestiti non riuscirono a realizzare immediatamente l’accaduto. Alcuni si diressero verso il mare, altri rimasero nei pressi delle loro abitazioni nel generoso tentativo di portare soccorso a familiari ed amici. Qui furono colti dalle esplosioni e dagli incendi causati dal gas che si sprigionò dalle tubature interrotte. Tra voragini e montagne di macerie gli incendi si estesero, andarono in fiamme case, edifici e palazzi ubicati nella zona di via Cavour, via Cardines, via della Riviera, corso dei Mille, via Monastero Sant'Agostino. Ai danni provocati dalle scosse sismiche ed a quello degli incendi si aggiunsero quelli cagionati dal maremoto, di impressionante violenza, che si riversò sulle zone costiere di tutto lo Stretto di Messina con ondate devastanti stimate, a seconda delle località della costa orientale della Sicilia, da 6 m a 12 m di altezza. Lo tsunami in questo caso provocò molte piu' vittime del terremoto. Improvvisamente le acque si ritirarono e dopo pochi minuti almeno tre grandi ondate aggiunsero al già tragico bilancio altra distruzione e morte. Onde gigantesche raggiunsero il litorale spazzando e schiantando quanto esistente. Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche, cadaveri e feriti. Molte persone, uscite incolumi da crolli ed incendi, trascinate al largo affogarono miseramente. Alcune navi alla fonda furono danneggiate, altre riuscirono a mantenere gli ormeggi entrando in collisione l’una con l’altra ma subendo danni limitati. Il villaggio del Faro a pochi chilometri da Messina andò quasi integralmente distrutto. La furia delle onde, spazzò via le case situate nelle vicinanze della spiaggia anche in altre zone. Le località più duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro e Gallico sulle coste calabresi; Briga e Paradiso, Sant'Alessio e fino a Riposto su quelle siciliane. Gravissimo il bilancio delle vittime. Messina che all’epoca contava circa 140.000 abitanti ne perse circa 80.000 e Reggio Calabria registrò circa 15.000 morti su una popolazione di 45.000 abitanti. Altissimo fu il numero dei feriti e catastrofici furono i danni materiali. Numerosissime scosse di assestamento si ripeterono nelle giornate successive e fin quasi alla fine del mese di marzo 1909.
Numerose furono le costruzioni vittima dei danni del terremoto e delle successive demolizioni: A Messina la imponente Palazzata o Teatro marittimo, lunghissima teoria di palazzi senza soluzione di continuità affacciata sul porto (opera seicentesca dell'architetto Simone Gullì e poi ricostruita, dopo il terremoto del 1783, dall'architetto Giacomo Minutoli); il ricchissimo Palazzo Municipale, opera seicentesca di Giacomo Del Duca, incluso nella Palazzata; il palazzo della Dogana, costruito sui resti del Palazzo reale, a sua volta crollato nel terremoto del 1783; tantissime chiese, tra cui quella di San Gregorio, nella parte collinare della città sopra la via dei Monasteri (oggi via XXIV Maggio), quella della SS. Annunziata dei Teatini, opera di Guarino Guarini e la Concattedrale dell'Archimandritato del Santissimo Salvatore, ricostruita nel XVI secolo da Carlo V alla foce del torrente Annunziata, sul posto dell'attuale Museo regionale; il Duomo, ricostruito poi dall'architetto Valenti secondo le linee presunte dell'originaria struttura normanna e molti edifici pubblici; la sede della storica Università, fondata come primo collegio gesuitico al mondo nel 1548. Si narra che il giorno precedente alla sciagura fosse stato molto tranquillo, per le strade si respirava un clima di festa e nulla lasciava intuire cosa sarebbe accaduto a breve, a Messina si era trascorsa una serata tranquilla (al Teatro si dava la prima dell'Aida, si festeggiava inoltre la festa di Santa Barbara), mentre a Reggio ci si compiaceva del nuovo impianto di illuminazione stradale elettrico, inaugurato solo il giorno precedente e moderno. Si dice inoltre che poche ore prima del sisma, una donna di Messina, inveendo contro i giudici che le avevano condannato il figlio alla galera, avrebbe esclamato: "Malanòva! Addi a'vinìri u'tirrimòtu cu'l'occhi i adda ammazzari vui birbanti i ttutta Missina"( trad.: "Sia male! Deve venire il terremoto che scelga le sue vittime, e che ammazzi voi e tutta Messina!") A Messina, sede della 1° squadriglia torpediniere della Regia Marina, si trovarono ancorate nel porto la torpediniere Saffo, Serpente, Scorpione, Spica e l'incrociatore “Piemonte”; a bordo di quest’ultimo un equipaggio di 263 uomini tra ufficiali, sottufficiali e marinai. Alle otto del mattino della stessa giornata del 28, la “Saffo”, riuscì ad aprirsi un varco fra i rottami del porto. I suoi uomini e quelli della R.N. “Piemonte” sbarcarono dando così inizio alle prime opere di soccorso. Raccolte immediatamente oltre 400 persone, tra feriti e profughi, le stesse furono successivamente trasportate via mare a Milazzo. Non fu possibile ritrovare vivo il comandante della “Piemonte”, Francesco Passino, sceso a terra nella serata precedente per raggiungere la famiglia e deceduto unitamente alla stessa a causa dei crolli. A bordo dell’incrociatore, raggiunto da alcuni ufficiali dell’esercito sopravissuti al disastro ed in accordo con le autorità civili, furono assunti i primi provvedimenti per raccogliere ed inquadrare il personale disponibile, informare dell’accaduto il Governo e chiedere rinforzi.
Allo scopo l’incarico fu attribuito al tenente di vascello A. Belleni che con la sua torpediniera, la “Spica” ed altre unità lasciò il porto di Messina, malgrado le cattive condizioni del mare, raggiungendo alcune ore dopo Marina di Nicotera da dove riuscì a trasmettere un dispaccio telegrafico. Dello stesso fu poi data comunicazione anche al ministro delle marina: « Oggi la nave torpediniera Spica, da Marina di Nicotera, ha trasmesso alle ore 17,25 un telegramma in cui si dice che buona parte della città di Messina è distrutta. Vi sono molti morti e parecchie centinaia di case crollate. È spaventevole dover provvedere allo sgombero delle macerie, poiché i mezzi locali sono insufficienti. Urgono soccorsi, vettovagliamenti, assistenza ai feriti. Ogni aiuto è inadeguato alla gravità del disastro. Il comandante Passino è morto sotto le macerie. » A Roma i quotidiani del pomeriggio riportavano ancora la notizia vaga di alcuni morti in Calabria per un terremoto. La prima notizia ufficiale delle vere dimensioni del disastro giunse quindi col telegramma trasmesso da Marina di Nicotera dal comandante della torpediniera Spica. Altre ne seguirono da diverse località e strutture dando un’idea approssimativa della catastrofe. Nella stessa serata del 28, riunito d’urgenza il Consiglio dei Ministri, il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti esaminò la situazione emanando di concerto le prime direttive del Governo. Il Comando di Stato Maggiore dell’esercito diffuse ordini operativi mobilitando gran parte delle unità presenti sul territorio nazionale. Il Ministro della marina fece comunicare alla divisione navale in navigazione nelle acque della Sardegna, composta dalle corazzate "Regina Margherita", "Regina Elena", "Vittorio Emanuele" e dall’incrociatore "Napoli", di cambiare rotta e dirigersi verso la zona disastrata. Il Ministro dei Lavori Pubblici Piero Bertolini partì subito per Napoli da dove, imbarcatosi sull’incrociatore "Coatit", raggiunse Messina. Anche il Re e la Regina partirono il 29 per Napoli; saliti poi sulla "Vittorio Emanuele", in sosta per caricare a bordo anche materiale sanitario e generi di conforto, raggiunsero la Sicilia nelle prime ore della giornata successiva. Ma già all'alba del 29, la rada di Messina cominciò ad affollarsi. Una squadra navale russa alla fonda ad Augusta si era diretta a tutta forza verso la città con le navi "Makaroff", "Guilak", "Korietz", "Bogatir", "Slava", "Cesarevitc". Subito dopo fecero la loro comparsa le navi da guerra inglesi "Sutley", "Minerva", "Lancaster", "Exmouth", "Duncan", "Euryalus". Il comandante russo Ammiraglio Ponomareff fece approntare i primi soccorsi prestando anche opera di ordine pubblico e facendo fucilare gli sciacalli, per lo piu' detenuti sfuggiti alle carceri e alla morte.
Dopo iniziarono ad arrivare le navi italiane che si ancorarono ormai in terza fila. Malgrado la sorpresa, nessuno se la prese più di tanto anche se, qualche tempo dopo, la stampa intervenne polemicamente. Messe in mare le scialuppe anche gli equipaggi italiani furono sbarcati ed impiegati secondo le esigenze del caso. Il Re e la regina arrivarono all’alba del 30. Con una lancia a motore, accompagnati dai ministri Bertolini e Orlando, percorsero la costa per poi fare ritorno a bordo della loro nave. Data la gravità e le difficoltà della situazione, la regina rimasta sulla corazzata contribuì con grande impegno alla cura degli infermi mentre il Re raggiunse la terraferma per portare alle truppe italiane e straniere, impegnate nelle difficili operazioni di prima assistenza, le proprie espressioni di elogio e riconoscenza. Le navi da guerra, trasformate ormai in ospedali e trasporti, caricati i feriti fecero poi la spola con Napoli ed altre città costiere occupandosi anche di trasferire le truppe già concentrate nei porti ed in attesa di destinazione. Cominciò l’afflusso di uomini tra cui i Carabinieri delle legioni di Palermo e di Bari e molteplici reparti dell’esercito. A chi arrivò di notte la città di Messina apparve illuminata dagli incendi che continuarono ad ardere per parecchi giorni. La R.N. “Napoli” da Messina si trasferì a Reggio Calabria. Il suo comandante Umberto Cagni, assunto provvisoriamente il comando della “piazza” e delle operazioni di soccorso, sbarcò i marinai della nave per organizzare l’assistenza ed impiantare un primo ospedale da campo destinato alla medicazione dei feriti leggeri. Quelli più gravi furono trasportati a bordo. Il Cagni divise poi la città in varie zone assegnandole agli uomini della “Napoli” ed alle truppe dell’esercito già disponibili in loco tra cui i superstiti del 22° fanteria ed alcuni distaccamenti del 2° bersaglieri sopraggiunti nel frattempo. I marinai assieme ad alcuni nuclei di carabinieri organizzarono anche pattuglie di ronda con lo scopo di provvedere anche alle esigenze di Pubblica Sicurezza. La stampa uscì con le prime edizioni dei giornali riportando dapprima dati sintetici e poi informazioni dettagliate con il sopraggiungere di notizie più certe e particolareggiate. L'Italia, sbalordita, seppe così che a Reggio, a Messina, interi quartieri erano crollati, che sotto le macerie di case, ospedali e caserme erano scomparsi interi nuclei familiari, malati, funzionari, guardie e soldati. Venne inoltre a conoscenza della meravigliosa gara di solidarietà internazionale apertasi tra navi straniere ed italiane per portare aiuto ai superstiti e trasportare sui luoghi colpiti dal sisma i materiali e gli uomini necessari. Il mondo intero si commosse capi di Stato, di Governo e il Papa Pio X, espressero il loro cordoglio ed inviarono notevoli aiuti anche finanziari. Unità da guerra francesi, tedesche, spagnole, greche, e di altre nazionalità lasciarono i loro ormeggi e, raggiunte le due sponde dello stretto, misero a disposizione anche i propri equipaggi per provvedere a quanto necessario distinguendosi peraltro nel corso delle azioni cui presero parte.
In tutta Italia, oltre agli interventi organizzati dalla Croce Rossa e dall'Ordine dei Cavalieri di Malta, si formarono comitati di soccorso per la raccolta di denaro, viveri ed indumenti. Da molte province, partirono squadre di volontari composte da medici, ingegneri, tecnici, operai, sacerdoti ed insegnanti per portare, malgrado le difficoltà di trasferimento esistenti, il loro fattivo sostegno alle zone terremotate. Anche le Ferrovie, ormai dello Stato, inviarono proprio personale: tra questi Gaetano Quasimodo che raggiunse Messina portando al seguito la famiglia ed il figlioletto Salvatore di soli 7 anni futuro premio Nobel per la letteratura. Per il suo grande impegno, nel 2006, alla marina zarista è stata dedicata una via da parte del comune di Messina.
MESSINA, città bellissima ma maledetta. Bersagliata da guerre e terremoti. Costruita e poi distrutta.... e poi ricostruita.... e poi ridistrutta.... sembra un circolo vizioso senza fine........
Il primo disastroso terremoto di cui si abbia memoria è quello che scosse dalle fondamenta Messina all’alba del 4 febbraio 1169 a causa del quale il mare ritiratosi dalla spiaggia si riversò devastante contro le mura della città e le superò.
Tra i più sconvolgenti e temibili che abbiano distrutto il capoluogo vi fu anche il terremoto del 25 agosto 1613, notevole sia per la durata che per le molte repliche.
Altro terremoto spaventoso fu quello avvertito il 29 marzo 1638, giorno di sabato delle Palme alle ore 22,00.
Il terremoto avvertito il 9 gennaio 1693 fu molto violento e ancora più forte fu la scossa avvertita dopo due giorni.
Il 5 febbraio 1783 si udì un rombo, la terra tremò violenta, il suolo traballò, ondeggiò, sussultò, e il mare sembrò sconvolto sin nei più profondi abissi. In pochi secondi l’opera laboriosa di secoli, il lavoro di tante generazioni, tutti gli incanti della natura e dell’arte furono per sempre perduti. Il cielo stesso si fece cupo e minaccioso, le nubi, tinte di rosso, sembravano abbassarsi sulla città avvolgendo l’atmosfera in un’afa opprimente, il suolo si avvallava in alcuni punti e si fendeva in altri, i venti soffiavano con una forza impressionante ed una pioggia torrenziale alternata a grossa grandine cadeva improvvisa. Le case crollavano, le grida e i lamenti si confondevano in un unico immenso gemito di dolore. Scoppiavano incendi, che finivano di devastare ciò che restava nella città. In quell’anno altre scosse più o meno forti si susseguirono, tanto che ne furono contate non meno di 300. Fra le macerie furono rinvenuti più di 700 cadaveri. Sparirono insieme agli edifici che le fiancheggiavano le strade dei Cappellari, dei Fornari, dei Calderai, dei Ferrari, dei Tintori, dei Casciari, degli Argentieri, dei Bottonari, di S. Filippo Bianchi, gran parte della strada Maestra, quella del Rovere, e quella dei Banchi. La strada della Marina rimase tutta sconquassata.
Altra terribile catastrofe tellurica fu quella del 28 dicembre 1908 che distrusse Messina dalle fondamenta uccidendo in pochi minuti ben 30.000 dei suoi cittadini e 70.000 degli abitanti della sua provincia. Le cronache narrano che erano le ore 5,21 del mattino, l’aria era ferma e stagnante, a dispetto della stagione invernale non c’era freddo, quando ad un tratto un rombo spaventoso, la terra cominciò a tremare rovinosamente, i palazzi si accartocciavano come fogli di carta, gli uomini venivano sbalzati da una parte all’altra. All’assordante fragore delle case che crollavano si aggiungeva il gemito del mare impazzito che si infrangeva alto contro la costa. Le urla disperate della gente, colta nel sonno, echeggiavano in ogni parte della città. Il cielo brillava di una luce funerea.
Tutto ciò che la popolazione di Messina aveva laboriosamente e coraggiosamente ricostruito fu definitivamente distrutto. L’operosità dei cittadini che aveva sfidato le leggi della natura in quegli attimi sembrava uscirne definitivamente sconfitta. Scilla e Cariddi erano risultati vittoriosi nell’ultima battaglia. Le successive scosse sismiche fecero crollare quel poco che era rimasto miracolosamente in piedi e dove non poté il terremoto distrussero gli incendi. Messina diventò un ammasso di macerie. L’alba restituì ai sopravvissuti uno sconvolgente scenario di annientamento, di rovine, di corpi martoriati. Pioveva e al freddo si alternavano ondate di afa. I superstiti, seminudi portavano i feriti adagiati su barelle di fortuna verso ospedali improvvisati giacché degli originari nosocomi non restava più nulla, tutta l’organizzazione sanitaria della città era sparita, rasa al suolo. I boati, a cui seguivano il fragore di nuovi crolli, sembravano non avere più fine. La catastrofe era stata totale
...... e poi i bombardamenti della seconda guerra mondiale che distrussero ancora la città...........